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Il Castello del Monte

  • SCHEDA PRINCIPALE
  • Storia e caratteristiche del Castello del Monte

Il Castello del Monte è così chiamato perché si erge su di un monte che domina la cittadina di Montella, situata nella valle ai piedi delle montagne.
Il castello fu edificato dai Longobardi sui resti di un precedente fortilizio romano ed è menzionato per la prima volta in un documento risalente al 762 d.C.

Di recente è stato completato il restauro del Donjon ed è possibile visitarlo.
Inoltre, all'interno della cinta muraria gli scavi archeologici, diretti dal prof. Rotili per conto del Dipartimento di Discipline Storiche dell'Università di Napoli Federico II, hanno rinvenuto anche una necropoli, i cui arredi funerari sono oggi conservati nel Museo Irpino di Avellino.

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Approfondimento a cura del Prof. Marcello Rotili

L'abitato di Montella è sovrastato dai resti del castello del Monte, eretto sulla cima dell'omonimo colle. Le ricerche archeologiche, condotte dal Dipartimento di Discipline Storiche dell'Università di Napoli Federico II dal 1985 al '92, sotto la direzione di chi scrive, hanno chiarito che si tratta di un complesso pluristratificato, con fasi d'impiego dal VI-VII secolo al XX, nelle quali s'identifica gran parte della storia del centro altoirpino.
Ciò vale in particolare per il periodo fra VI -VII e XIII -XIV, allorché l'insediamento montellese si sviluppò essenzialmente entro l'area murata del «Monte», ove la popolazione aveva trovato riparo nei frangenti dell'occupazione longobarda del territorio meridionale.

La fase di VI -VII, cui si riferiscono le case rinvenute nella rasola 1 e nell'ambiente P del palatium, si caratterizza per l'uso agricolo dell'area da parte di quanti avevano preferito l'insediamento accentrato su un'altura all'insicurezza del fondovalle. Attuata l'integrazione fra longobardi e romani, la funzione produttiva viene confermata nell'agosto 762 dal giudizio relativo al servi di Prata pronunciato da Arechi II a favore dell'abate di S. Sofia di Benevento, Maurizio «in curte n(os)tra que vocatur montella», ovvero «in nominata curte nostra montellari».

Il giudicato costituisce la prima menzione dell'insediamento, che avrebbe assunto connotati di centro amministrativo e militare entro la metà del IX, in rapporto all'istituzione del gastaldato e alla posizione di confine fra i domini di Radelchi e Siconolfo in cui la località venne a trovarsi dopo l'849, a seguito della divisione dello stato beneventano nei principati di Benevento e Salerno. Il caso di Montella conferma il frequente passaggio dalla curtis al castello, da intendere nella circostanza come un centro fortificato in cui una situazione di urbanesimo di villaggio integra le strutture della residenza signorile e l'impianto militare del sito; del resto questo lascia intendere il documento del 1001, riguardante Orso, figlio di Guiselperto «de civitate montella».

La fase di IX -XII secolo si caratterizza dunque per la recinzione dell'area strutturata lungo le pendici del Monte, per gli impianti sia difensivi che residenziali che inducono a riconoscere nel castello (più volte rinnovato) la sede del gastaldo testimoniato dal trattato di divisione fra Salerno e Benevento e, nella sottostante area murata (circa 3 ha), il villaggio fortificato sorto sulle strutture del precedente insediamento di VI-VIII. 1,0 scavo ha evidenziato i resti di abitazioni e la necropoli impiantata tra fine X e XI in una zona (caratterizzata già nel VI-VII dall'impiego sepolcrale), che viene abbandonata a seguito dei danni provocati dal terremoto del 25 ottobre 989. Le distruzioni testimoniate dai rinvenimento provocarono il restringimento dell'abitato alla parte alta del sito, le cui funzioni di centro della distrettuazione amministrativa del principato longobardo di Salerno in alta Irpinia, sul confine con il territorio beneventano, appaiono in declino alla fine del X secolo per l'intervenuta trasformazione del gastaldato in comitato che una cartula del 999 attesta nel menzionare Landolfo «de comitato Montellense».

Nella Longobardia minore la formazione di una nuova signoria territoriale, quale il comitato, segna in quel periodo, in senso autonomistico, la sorte degli oltre quaranta gastaldati meridionali, il cui frazionamento contribuisce alla dispersione del potere statale nelle mani di un ceto nobiliare in parte nuovo, che trae dai patrimoni fondiari di recente acquisizione il sostegno economico e politico. La costituzione del comitato, nel rispondere ad un fenomeno di ordine generale, contribuì verosimilmente alla ripresa dell'insediamento montellese dopo il sisma del 989, per il dinamismo econormico che è proprio delle nuove formazioni politico-sociali e per un riscontro che il nuovo ceto dirigente poté trovare, nonostante tutto, nel territorio da tempo strutturato per la produzione.

Il castello vero e proprio è costituito dal donjon, ubicato sulla sommità del colle a quota 833,96 m s.l.m, e da due circuiti murari. Di forma cilindrica e scarpato, il donjon, è realizzato, come tutte le strutture del castello, con conci di calcare locale sbozzati e legati da abbondante malta. Privo della copertura, che era strutturata sulla volta ribassata dell'ultimo livello, risulta articolato su quattro piani (terzo e quarto abitati; destinato a dispensa, il secondo, che risulta strutturato su due vani; adibito a riserva idrica, il primo, che è occupato da una grande cisterna). L'accesso avveniva mediante una scala o passerella in legno, che raggiungeva la porta, posta al terzo livello, ove sono il servizio igienico, il lavabo e due grandi camini con canna fumaria costruita in opera nel muro d'ambito.

La scala ricavata in spessore di muratura conduce al quarto piano, dove si trovano il forno con rivestimento in laterizi e la scala a chiocciola che consentiva l'accesso alla copertura. Per le caratteristiche architettoniche il donjon ricorda le torri del castelli di Rocca San Felice e Castelcivita, risalenti la prima al XII-XIII secolo, l'altra alla fine del XIII. La scala in muratura che dal terzo livello conduce al quarto è molto simile a quella presente in una delle torri del castello di Cancello.

Nel circuito murario che ingloba il donjon sono presenti due aperture (a sud-est e a nord); la prima costituisce l'accesso più antico, dal momento che l'altra è connessa alla costruzione del circuito murarlo esterno, nel quale si apre la seconda porta, con arco a tutto sesto e rivellino esterno a forma di «elle». I muri di cinta sono dotati di camminamento di ronda con merli, parzialmente nascosti alla vista da una soprelevazione; due torri sorgono ai lati della porta sud-est; la prima è semiellittica e scarpata, mentre l'altra, a pianta rettangolare, appare articolata su due livelli, ricavati nello spazio tra le due cinte murane.

Il piano inferiore, voltato a botte, era adibito a cisterna, mentre quello superiore era abitato, come si evince dal servizio igienico con sguscio esterno, strutturato in spessore di muratura. Presso quest'ultima torre, lungo il lato nord-ovest della cinta muraria esterna, sono i resti del palatium che, tra XIII-XIV e XV secolo ospitò i feudatari di Montella. Il fabbricato era articolato su due piani (ognuno diviso in tre ambienti), grazie ad un solaio su travi di legno sostenute da mensoloni in pietra. Lo scavo ha portato in vista i resti della decorazione a fresco del piano superiore e i resti di un'abitazione con focolare (costituito da pietre in circolo), relativi alla fase di VI -VIII secolo.

Tratti del recinto fortificato di IX secolo sono stati individuati nel castello e in varie rasole: per esempio nella rasola 3, situata sul versante settentrionale, ove, al di sotto dei resti di un edificio a due vani, distrutto in connessione con la realizzazione del terrazzamento (XIII -XIV secolo), con le murature di cinta di IX secolo, è stato trovato un ambiente seminterrato destinato alla conservazione di derrate alimentari. La necropoli è stata scavata nelle rasole 4 e 5, presso la cappella di S. Pasquale (nota anche come S. Marco); è costituita da inumazioni nel terreno e da tombe in muratura che, solo in pochi casi, hanno restituito elementi di corredo (fibule, orecchini). Risulta abbandonata già all'atto della costruzione della strada di accesso al castello (XIII -XIV secolo) che coprì una cisterna di impianto rettangolare, riutilizzata a scopo funerario.

Il donjon, nonostante la preminenza assunta dal palatium nelle funzioni residenziali nel corso del XIV, venne utilizzato con continuità fino alle soglie del XVI secolo, comunque non oltre fino alle soglie del XVI secolo, comunque non oltre il periodo d'impiego del palatium, risultato inadatto alla residenza dei Cavaniglia alla metà del XV secolo, tanto che essi si spostarono nel centro abitato di Montella. L'ultimo ospite illustre del castello potrebbe essere stato Alfonso il Magnanimo, per il quale il conte Garcia Cavaniglia organizzò nel 1445 una memorabile caccia nei boschi del massiccio del Terminio. Nella seconda metà del Quattrocento il casale del «Monte», cresciuto nel corso del medioevo intorno alla fortificazione, subì un graduale processo di spopolamento. Nel 1469 i suoi abitanti erano diminuiti rispetto ai tempi di Alfonso d'Aragona e agli inizi del XVI secolo il castello fu definitivamente abbandonato a seguito alla spedizione di Lautrec del 1528.

Nell'Inventario dei Censi & San Francesco, redatto nel 1532, il «castello» o «rocchetta», che era sempre comparso al primo posto nell'elenco dei casali montellesi non è riportato, a testimonianza del suo definitivo abbandono; mentre nel 1544 viene descritto come «diruto» in un atto del notalo Paolo Gargano, parzialmente trascritto in uno strumento rogato il 2 marzo 1604 da Salvatore Prudente. Alla fine del XVI secolo nella parte bassa dell'area murata venne costruito il convento di Santa Maria del Monte, che ospitò prima i frati minori, poi i riformati.

Le fasi dal XVI in avanti riguardano l'impiego del sito da parte del religiosi (durato fino al primo quarto del XX), degli sfollati durante la seconda guerra mondiale e di individui isolati fino all'inizio delle ricerche e al restauri condotti in conseguenza di queste.

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